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Once Again

Prologo — Once Again

È tutta la vita che ho paura. Paura di cose terribili che potrebbero accadere oppure no. Mi sveglio spesso nel cuore della notte, sopraffatta da un senso di estraneità, come se nulla di tutto questo fosse reale, come se fosse solo una punizione ciclica che si ripete ancora e ancora. C'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo, ma non riesco a comprenderlo né a dargli un nome.

Stavo visitando una mostra d'arte nella mia città, quando il mio sguardo si posò su un dipinto che non avevo mai visto prima: una vallata luminosa, deserta, immersa nel nulla. Sotto, la targhetta recitava «Toluca Hotel, Silent Hill». Accanto, un'opera a me sconosciuta, «Saturno che divora i suoi figli» di Goya.

Uscii dalla galleria con il solito senso di vuoto che mi accompagna da sempre. Salii in macchina e mi avviai verso casa, cercando di lasciarmi tutto ciò alle spalle. Ma a un certo punto la strada, una statale di provincia ben conosciuta, iniziò a cambiare: qualcosa nei colori, nei contorni, nella luce era diverso. Il navigatore continuava a indicarmi la via, e io lo seguii chilometri su chilometri, senza farmi domande. Poi l'auto si fermò.

Davanti a me, un luogo sconosciuto: una distesa immersa nella nebbia, densa e immobile, silenziosa e irreale, come se stesse aspettando solo di divorarmi.

Once Again l'ho fatto per me, prima che per chiunque altro. Un pomeriggio avevo in testa un'idea fissa (un padre che manca, una nebbia che si porta via la strada di casa, un quadro di Goya che finisce dove non dovrebbe finire) e nel giro di qualche settimana quell'idea è diventata un piccolo gioco horror in stile punta-e-clicca, un'ora scarsa di gioco, un omaggio dichiarato a Silent Hill che non ha mai provato a nasconderlo. L'ho chiamato Once Again perché la storia che racconta è quella di un ciclo, di qualcosa che si ripete finché non lo guardi in faccia una volta per tutte.

Non l'ho costruito pensando a un pubblico. L'ho costruito con le foto che avevo, con una manciata di innesti da Silent Hill: The Short Message, il gioco che più di ogni altro mi ha convinto che si può fare paura anche senza un solo mostro a schermo, solo con stanze vuote e testo. Con la musica di Akira Yamaoka nei titoli di coda, perché certe atmosfere non si inventano da zero, si citano con rispetto. Il resto, l'interfaccia essenziale da vecchio flash game, la nebbia desaturata sopra fotografie vere, il ritmo lento da libro-game, è la parte mia.

Poi è successa una cosa che non mi aspettavo. Ho scritto una mail a un content creator che seguo da tempo, Gelomai, offrendogli un accesso in anteprima prima ancora del rilascio. Non mi aspettavo una risposta entusiasta come quella che ho ricevuto: nel video che ne è uscito racconta di essersi “svegliato la mattina” e aver trovato la mia mail tra la solita burocrazia di YouTube, di aver pensato subito a un bot, di aver aperto il messaggio e di essersi ritrovato, parole sue, davanti a “una delle mail più emozionanti che mi siano mai arrivate”. Vedere qualcuno prendere così sul serio un progetto fatto da un ragazzo solo, nel tempo libero, con gli strumenti che aveva a disposizione, è stato uno dei momenti più belli di questo lavoro.

Once Again — schermata del titolo
Once Again — schermata del titolo

Il gioco si apre con una voce fuori campo, quella della protagonista, mentre visita una mostra d'arte e si ferma davanti a un dipinto mai visto prima: una vallata deserta, la targhetta che recita “Toluca Hotel, Silent Hill”. Accanto, un altro quadro, “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, che tornerà più avanti, incastonato in un punto della storia in cui il suo significato smette di essere solo un rimando colto e diventa il centro di tutto. Da lì la strada di casa comincia a cambiare, i colori si spostano, il navigatore continua a indicare una via che non dovrebbe esistere, finché l'auto non si ferma davanti a una nebbia che, come dice il testo del gioco, sembra “aspettare solo di divorarti”.

La strada di casa che sparisce nella nebbia
La strada di casa che sparisce nella nebbia

Da quel momento si cammina: una cittadina fantasma tra un hotel abbandonato e una chiesa chiusa a chiave, un trattore arrugginito lungo una stradina sterrata, corridoi di dormitorio che si allungano nel buio.

L'hotel abbandonato
L'hotel abbandonato

Si raccolgono oggetti, una vecchia chiave di ferro con l'etichetta “dormitori”, un'altra macchiata di qualcosa che sembra sangue, e si legge, soprattutto si legge: un diario nascosto dietro un quadro, scritto da un prete che osserva un ragazzo “emergere dal suo buio come una tela che attende il suo primo tocco di colore”. Sono le righe che, a sentire chi le ha lette per la prima volta in diretta, hanno colpito di più. Gelomai a un certo punto si è fermato a metà frase per dire, quasi incredulo, “non so se scrivi tu questi testi, ma sono veramente incredibili”, aggiungendo che di solito i progetti indipendenti tendono a scrivere male, e che qui invece “c'è tanta roba”. Sentirselo dire da uno sconosciuto, in diretta, mentre gioca qualcosa che ho scritto da solo in una stanza, vale più di qualunque recensione a stelle.

Il diario e la chiave ritrovati
Il diario e la chiave ritrovati

La chiesa è forse il punto più riuscito, quello in cui l'atmosfera funziona meglio: un altare spogliato, “non solo disadorno, è violato” recita il testo, un libro di canti con le parole sacre cancellate a inchiostro rosso scuro, quasi nero.

L'altare della chiesa, «violato»
L'altare della chiesa, «violato»

E un enigma finale, un cassaforte con una combinazione fatta di numeri e colori legati al diario, che si è rivelato molto più ostico di quanto immaginassi mentre lo scrivevo. Gelomai ci ha girato attorno per una buona mezz'ora prima di arrendersi e chiedermi la soluzione nei commenti; lo dico senza vergogna, perché quella difficoltà è anche la prova che l'indovinello aveva davvero una logica dietro, non era buttato lì.

L'enigma finale sulla cassaforte
L'enigma finale sulla cassaforte

Sotto la superficie horror, Once Again parla di un'assenza, quella di un padre, e di come i bambini, per proteggersi, a volte finiscono per amare proprio ciò che dovrebbe spaventarli: il buio, in questo caso, diventa un rifugio invece che una minaccia. È un tema piccolo, raccontato in poco tempo, ma è quello che volevo mettere al centro fin dall'inizio, più della paura in sé.

Il corridoio dei dormitori
Il corridoio dei dormitori

Non è un gioco perfetto, e lo so meglio di chiunque altro. Ci sono ancora dei refusi da correggere, qualche transizione musicale che stacca in modo brusco invece di dissolversi, e quell'enigma della cassaforte che andrà probabilmente ammorbidito per chi ci arriva senza nessun aiuto. Ma il giudizio finale di chi l'ha provato in anteprima, “un piccolo Silent Hill 2 in miniatura”, capace di comprimere in un'ora quel senso di rivelazione lenta che il gioco originale costruisce in decine di ore, è più di quello che speravo di ottenere quando ho iniziato a scriverlo. Once Again resta un progetto piccolo e indipendente, pensato per essere giocato più che spiegato: se vi capita di trovarvi in quella nebbia, la cosa migliore che potete fare è continuare a camminare.

Recensione di Gelomai su YouTubeRecensione di GaMoVerx su YouTube