C'è un vecchio detto siciliano, usato ancora frequentemente, che recita: "Fatti 'a fama e va' cùrcati" (ossia: "Fatti la fama e vatti a coricare"). Per quanto sia nato praticamente all'alba dei tempi, è un insegnamento che funziona oggi più che mai: un vero e proprio evergreen applicabile a tutto.
Oggi lo tiro fuori dal cilindro per parlare di un fenomeno ben noto che negli ultimi mesi si sta espandendo, purtroppo, a macchia d'olio: il badge #OpenToWork.
Analizziamone i pregi (a mio avviso pochi) e capiamo in quali specifici contesti abbia davvero senso usarlo. E lo faremo, come di consueto, con il nostro senso pratico.
Partiamo dal presupposto che il badge lo conosciamo tutti: è quel bollino verde che decora la foto profilo di LinkedIn per segnalare la disponibilità a nuove opportunità lavorative.
Facendo una ricerca su Google, i pareri risultano fortemente contrastanti: c'è chi suggerisce di attivarlo solo con la visibilità limitata ai recruiter e chi, invece, ne sconsiglia categoricamente l'uso visibile a tutti per svariati motivi.
Partiamo dal motivo numero uno, il più rilevante (e forse il più ipocrita), perfettamente in linea con la nostra splendida società.
Viviamo nell'era dell'apparire
Ma come? Siamo tutti CEO, startupper e professionisti di successo (cue video del "bello, intelligente e affascinante" di turno) e poi... elemosiniamo lavoro su LinkedIn? ("Tenga, buona donna!" – "Ma sono tua moglie, Ugo!"). Diciamo che quel bollino fa decisamente storcere il naso di fronte alla vita dorata che imperversa su LinkedIn e Instagram, ormai l'uno la fotocopia dell'altro. Meditate, gente, meditate.
La perdita di leva negoziale
Punto che si ricollega direttamente al primo. Se il tuo mestiere si basa sulla tua immagine e sul tuo posizionamento (marketing, personal branding, consulenza), un "assumetemi" stampato in faccia stona con l'idea del professionista autorevole che sceglie dove andare. Tra i recruiter, questo è un segnale inequivocabile che rischia di indebolire la tua forza contrattuale.
Diciamoci la verità: l'Italia sarà pure una repubblica fondata sul lavoro, ma i fatti raccontano un'altra storia. E senza scomodare lauree, master o la carta d'identità — su cui, dopo i 35 anni, la strada si fa notoriamente più impervia, in perfetto stile "massimo trentacinquenne" di fantozziana memoria che ho già scomodato abbastanza per questo post.
Se proprio devi usarlo, limitalo ai soli recruiter
Anziché fare un bando in pubblica piazza — cedendo alla hybris dei social per cui bisogna postare ormai qualsiasi cosa — esiste un'opzione decisamente più intelligente: rendere la segnalazione visibile solo ed esclusivamente a chi lavora nel settore HR, nascondendola alla tua rete generale. Questo ti mette al riparo da sguardi indiscreti della tua attuale azienda, dei colleghi o dei clienti. Inutile ribadire l'ovvio: domande sgradite e ripercussioni sono sempre dietro l'angolo. Della serie: "Non succede, ma se succede...".
Concludo dicendo che se hai un lavoro precarico o, peggio, hai perso il lavoro, ti do i miei two cents che nessuno mi ha chiesto "se perdi il lavoro non perdere la testa".
So che è difficile, e lasciatelo dire da uno che ha girato tutta Italia pur di lavorare, so che è frustrante ma nascondere la realtà per renderla meno amara non farà altro che peggiorarla.
Ti lascio con un detto che mi porto nel cuore da quando ho cominciato ad entrare nel sistema politico di cui avrei fatto a meno ma tocca a tutti: il mondo del lavoro.
La miopia di oggi sarà un ulteriore prezzo da pagare domani.
Se preferisci vederlo e ascoltarlo: il video su YouTube.

Dario Amato
Sviluppatore software
Informatico con 15 anni di esperienza nello sviluppo software, guidato da una forte curiosità per le nuove frontiere dell'AI e del Web Marketing.
